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Al piffero di Vittorio Bonzi · Jul 20, 2026

A Blooming Body — Cinder Well

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Vittorio Bonzi · Al piffero di Vittorio Bonzi

Etichetta: Hen House Studios
Provenienza: Los Angeles, California
Uscita: 17/07/26

Link per ascolto/acquisto

Eccoci! Prosegue e si conclude l’infilata di post dedicati a dischi singoli con cui ho cercato di allietarvi la canicola; il piano è di proseguire nelle prossime settimane con un paio di riepiloghi e infilare rubriche dove riesco prima di fermarmi per un po’ in agosto.

Stavolta tocca a una di quelle artiste a cui ho sempre dato copertura fin da quando ho iniziato a fare questa cosa: Amelia Baker, in arte Cinder Well, californiana di nascita (e anche di residenza, ultimamente) ma di formazione ibernica, dove ha appreso a creare un “doomy folk from the depths” surreale e desolato tra i più intriganti di questi tempi (dove peraltro il folk vive e pulsa, o io qui che ci sto a fare?). Avevo già debitamente elogiato il suo precedente “lungo”, il terzo della carriera, ovvero Cadence, in cui cercava (secondo me riuscendoci) di mantenere le aspettative create con la consacrazione del roccioso e melanconico No Summer servendosi di un maggiore dispiegamento di mezzi e della produzione di John ‘Spud’ Murphy.

Questo nuovo A Blooming Body sembra voler proseguire su quel racconto da ritorno a casa che caratterizzava il disco precedente, sviluppandolo oltre: La produzione di Spud non c’è — col passaggio agli studi Hen House la palla è passata a Harlan Steinberger —, segnando un arresto (temporaneo, chissà?) della ricerca intorno alla rielaborazione del trad; i mezzi sono ulteriormente aumentati, con una buona dozzina di strumenti fra cui si distinguono ottoni, clarinetto e synth, oltre al consueto armamentario della stessa Amelia con piano, violino (che ha perso spazio rispetto al passato) e l’iconica chitarrona a cassa metallica; spariti invece gli aerofoni come lo harmonium, a marcare il cambio di passo. Restano la rarefazione dei testi, la voce piccola e penetrante e il cantato raccontato, sfiorante il recitativo, qui al servizio di brani incentrati su piccoli drammi quotidiani, nella forma però non di vicende ma di umori, di immagini apparentemente slegate, evanescenti. I brani tendono a un esordio sommesso, con la parola che si libra su increspature sonore, aprendo poi a intarsiate code strumentali, che riaccendono l’interesse dell’ascoltatore mantenendolo sulla corda — non ci sono mai esplosioni, mai saliscendi, mai nemmeno crescendi compiuti, e il disco tende a restare sottopelle, a insinuarsi. C’è qualcosa di più sottile delle precedenti drammatizzazioni, le canzoni sbocciano, dispiegano i petali pian piano, e appassiscono; tutto risulta trattenuto, discreto. A contribuire al cambio di passo è probabilmente anche una piccola esplosione di fama in patria grazie a The Wise Man’s Song, registrata per la sit-com Small Prophets.

Partendo dai singoli, abbiamo già detto del brano di apertura (nonché tra i più ispirati del disco), While the Womb Screams Silently, racconto strettamente femminile su un disagio intorno al corpo (bello il video, girato da Chelsea "Cheech" Moosekian, in cui la ramata bellezza di Amelia resta sempre dietro una coltre) col piano che si unisce a uno sfondo percussivo, ad archi in tensione, a un velo di ottoni al crescere del disagio.

Segue il secondo singolo, altresì già sentito da queste parti — forse il brano che più si discosta dalla formula generale nonché in generale insolito per Amelia: Beyond the Pale è un brano rock, piuttosto groovy, su un martellamento di pensieri intorno a un’incomprensione, a un comportamento fuori luogo. Gli archi alzano la tensione e il clarinetto la scioglie.

Il terzo singolo è uscito assieme al disco: Of Nettles and Roses lascia poche pennellate malinconiche a proposito di un cambiamento costante, che avviene sempre alla stessa velocità, nel bene e nel male — in parziale contrasto con la precedente Ashes, un racconto di crisi su toni che ricordano un dimesso music hall. Segue Signals, in cui la vaghezza delle immagini è punteggiata da pulsazioni variabili offerte dal basso (anch’esso una novità) e silenzi improvvisi.

Arriva inaspettato The Color of Earth, un brano dal groove quasi jazzato che si scioglie in estese dissonanze. Segue il breve episodio di August, un duetto con C.P.N. Hollywell dei Twisted Teens su un arrangiamento crudo e pienamente cinderwelliano (potrebbe sembrare una sorta di seguito a quel classico del suo repertorio che è No Summer); a cui segue il brano di chiusura e il più lungo della raccolta, Shadows of Leaves on Red Bricks, un lungo addio punteggiato dalla chitarra elettrica, con violino e synth in chiusura a portare l’atteso dolore sul finale.

In conclusione, un disco della “nuova casa” che prosegue il “ritorno a casa” di Cadence, portando a una svolta tematica e sonora che, rispetto agli esordi, allontana un po’ la proposta di Cinder Well dalla mia sensibilità. Nondimeno è un indirizzo fecondo, anche solo per la crescita in termini di produzione e arrangiamento che testimonia, e specialmente se venite da lidi diversi dai miei potreste anche trovarlo il migliore del catalogo. Ben fatto in ogni caso, molto.

Ora tocca alla playlist settimanale, con assaggi del disco alternati alle mie selezioni tratte per lo più da uscite fresche. Vi lascio con Amaryllis con Kelly Thoma e Eleanna Papanikoloupolou; Iron & Wine; Kutiman & Dekel; Magic Tuber Stringband; Paolo Angeli & Tenore Murales de Orgosolo; The Soft Pink Truth; Tamikrest & Ibrahim Ag Alhabib.

Quanto al repertorio accademico, Capella Sancti Michaelis e Currende Consort eseguono Josquin Desprez; Julia Didier e Sandro D'Onofrio eseguono Édourard Lalo.

Di seguito il bottone per accedere alla playlist da Deezer, che con un paio di altri clic vi permetterà di esportarla su Spotify, YouTube Music o Apple Music. Seguono i link agli scorsi aggiornamenti e i consueti bottoni per la condivisione. Buona settimana e alla prossima!

Piffero Playlist 20/07/26

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Read the original on alpiffero.substack.com

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