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🌎 ⚔️ L’Occidente guida il riarmo globale
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🌎⚔️ L’Occidente guida il riarmo globale
di Michele Ditto
Il volume globale dei trasferimenti di armi nel 2021-2025 è cresciuto del 9,2% rispetto al quinquennio precedente: è l’incremento più alto registrato dal 2011-2015.
È quanto emerge dall’ultimo report dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Il documento, pubblicato il 6 marzo, evidenzia quali sono i principali esportatori di armi al mondo, nonché le tendenze del mercato in questione.
I primi cinque posti della classifica sono occupati da Stati Uniti, Francia, Russia, Germania e Cina, che concentrano il 70% dell’export mondiale. I cinque maggiori clienti sono invece Ucraina, India, Arabia Saudita, Qatar e Pakistan e assorbono il 35% dell’import.
La concentrazione del mercato è dunque netta, tanto sul lato dell’offerta quanto su quello della domanda.
Interessante è come l’Europa sia tornata a essere il primo importatore mondiale per la prima volta dagli anni Sessanta. Gli Stati europei hanno infatti aumentato le importazioni del 210% tra i due quinquenni.
Il Vecchio Continente pesa ora il 33% delle importazioni globali, superando l’Asia-Oceania (31%), il Medio Oriente (26%), le Americhe (5,6%) e l’Africa (4,3%). Nel 2016-2020 l’Europa pesava solo il 12%.
Si tratta di una tendenza che può essere facilmente ricondotta alle necessità di sostenere lo sforzo bellico ucraino, oltre che ai piani di riarmo dei principali Paesi europei.
La geografia dell’export
Guardando dal lato dell’offerta, gli Stati Uniti restano dominanti con il 42% della quota globale (era il 36% nel quinquennio precedente). Ma la geografia dell’export americano è cambiata: il 38% va ora all’Europa (più che triplicato, +217%), mentre il Medio Oriente è sceso dal 45 al 33%.
La Russia, invece, crolla strutturalmente: la quota è scesa dal 21% del 2016-2020 al 6,8% del 2021-2025. Si tratta dell’unico Paese della top dieci globale a essere arretrato. Anche in questo caso, il motivo è la necessità di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina.
Oggi tre quarti dell’export russo va a soli tre Paesi: India (48%), Cina (13%) e Bielorussia (13%). Ma il dato più importante è negli ordini pendenti: solo 68 caccia in ordine, contro i 936 americani e i 180 francesi.
È facile prevedere che se la guerra nella quale il Cremlino è impegnato da più di quattro anni non dovesse concludersi nel breve periodo, Mosca uscirà progressivamente dal mercato globale degli armamenti.
A sorpresa, la Germania supera la Cina al quarto posto con il 5,7% contro il 5,6%. Berlino cresce del 15%, trainata dagli aiuti a Kiev, che rappresentano il 24% dell’export tedesco. Pechino cresce invece dell’11%, ma con una forte concentrazione: il 61% delle esportazioni cinesi va al solo Pakistan.
Rispetto alla Repubblica Popolare, è interessante anche notare come le importazioni di armi siano crollate del 72% nel periodo 2021-2025 rispetto all’intervallo 1991-1995. Resta una dipendenza residuale dalla Russia (66%) e dall’Ucraina (15%), con la Francia al terzo posto (13%).
Combinato con i 336 miliardi di dollari di spesa militare del 2025, il quadro è di una Cina che ha sostanzialmente completato la transizione all’autosufficienza produttiva dal punto di vista dei principali sistemi d’arma.
Esplode invece l’export di armi italiane e Roma diventa la sesta esportatrice mondiale, passando dal 2,2% al 5,1% della quota globale. La crescita è del 157% nel quinquennio 2021-2025 rispetto a quello precedente.
Solo il 13% dell’export militare italiano resta in Europa. Il 12% viaggia verso l’Indonesia, ma la destinazione principale è il Medio Oriente, che assorbe il 59% delle esportazioni: il Qatar (26%) e il Kuwait (17%) sono i due principali clienti.
Proprio le monarchie del Golfo si sono trasformate in importatori di scala globale. In cinque anni, Doha ha importato cento caccia, mentre nel periodo 2021-25 Kuwait City ha raggiunto il nono posto come importatore mondiale, con un aumento dell’805% rispetto al quinquennio precedente.
L’Occidente come driver del riarmo globale
La stagione di riarmo globale è guidata di fatto dall’Occidente, le cui industrie della Difesa stanno sostituendo il vuoto lasciato dalla Russia. È una concentrazione di potere industriale-militare senza precedenti nell’epoca post-Guerra fredda.
Per la prima volta dall’avvio della serie Sipri, infatti, gli Stati del Nord America e dell’Europa occidentale rappresentano insieme il 74% dell’export mondiale di armi (era il 62% nel quinquennio precedente).
Complessivamente, la spesa militare globale è salita a 2,88 trilioni di dollari nel 2025, segnando l’undicesimo anno consecutivo di crescita. La spesa militare come quota del Pil mondiale ha raggiunto invece il 2,5%, il livello più alto dal 2009.
Il 51% di questa spesa (1.48 trilioni di dollari) è stata opera di soli tre Paesi: Russia, Cina e Stati Uniti. Pechino, in particolare, ha registrato nel 2025 la trentunesima crescita annuale delle spese militari.
Questo dato, insieme alla sempre maggiore assertività di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e alle politiche dell’amministrazione Trump, che hanno messo in discussione i rapporti con gli alleati tradizionali, sta accelerando una corsa al riarmo nell’Indo-Pacifico.
Nel 2025, la spesa militare nella regione è infatti aumentata al ritmo più rapido degli ultimi 16 anni.
La stessa dinamica, tuttavia, si può rintracciare anche al di fuori dell’Indo-Pacifico.
In Europa, per esempio, lo scorso anno la spesa militare è cresciuta al ritmo più veloce dalla fine della Guerra Fredda, con 22 degli Stati membri dell’Ue che nel 2025 hanno raggiunto almeno il 2% del Pil in spese per la Difesa.
Il quadro che emerge dal rapporto Sipri è dunque quello di un sistema internazionale in cui la guerra è diventata un fenomeno diffuso, attorno a cui si riorganizzano industrie della Difesa e bilanci degli Stati.
Il riarmo delle nazioni si è ormai consolidato come la nuova normalità di questi tempi. E l'Occidente ne è il principale motore industriale.
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