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Lumina · Jul 4, 2026

🇰🇵 L'ascesa geopolitica della Corea del Nord

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Nell’uscita di oggi

  • 🇰🇵 L’ascesa geopolitica della Corea del Nord

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di Michele Ditto

Un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla Defense Intelligence Agency (agenzia del Pentagono specializzata in intelligence militare) indica che la Corea del Nord si troverebbe nella sua posizione strategica più forte da decenni.

In particolare, grazie ai progressi militari raggiunti negli ultimi anni, che sarebbero dovuti principalmente alla collaborazione con la Russia, Pyongyang si troverebbe a un passo dal poter colpire le forze statunitensi nella regione e, potenzialmente, gli Stati Uniti continentali.

Una tale valutazione sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa, quando l’immagine del cosiddetto Regno Eremita era quella di un Paese politicamente ed economicamente instabile, pressocché sull’orlo del collasso.

Nel 1997, nel pieno della grave carestia che colpì la Corea, la Cia affermò che il regime nordcoreano sarebbe collassato nel giro di cinque anni. Stessa cosa fece nel 2013 il politologo Bruce Bennett, autore di uno studio per la Rand Corporation intitolato proprio “Preparing for the Possibility of a North Korean Collapse”.

Oggi, queste valutazioni appaiono decisamente lontane dall’opinione dell’intelligence americana.

Il triennio appena trascorso ha sancito l’ascesa di Pyongyang, che ha trovato nella recente evoluzione dei rapporti con la Federazione Russa il motore principale del suo “rinascimento geopolitico”.

Le relazioni tra i due Paesi erano pressocché stagnanti dal collasso dell’Unione Sovietica, per via del reciproco disinteresse verso un rilancio della cooperazione bilaterale.

Tuttavia, date le difficoltà russe in Ucraina e l’isolamento da parte dell’Occidente, Mosca ha riscoperto negli ultimi anni un alleato chiave, capace di offrire alla propria macchina bellica uomini, lavoratori e un apparato industriale-militare allineato sui calibri sovietici.

I primi contatti in quest’ottica tra i due Paesi risalgono a luglio del 2022, quando Kim Jong Un, il leader supremo nordcoreano, lancia un segnale eloquente a Mosca, riconoscendo l’indipendenza delle regioni separatiste ucraine di Donetsk e Luhansk.

Ad agosto, la Russia segnala la volontà di impiegare decine di migliaia di lavoratori nordcoreani nella sua industria bellica, mentre già a settembre l’intelligence americana affermava come Mosca stesse comprando razzi e proiettili d’artiglieria da Pyongyang (notizia poi confermata a novembre dalla Casa Bianca).

A dicembre riprendono le esportazioni di petrolio russo verso la Corea del Nord, interrotte dal 2020, e a febbraio il Csis, tramite l’analisi delle immagini satellitari, parla di un “incremento significativo” nel commercio economico ed energetico tra i due Paesi.

Nel 2023 riprendono invece gli incontri tra i funzionari nordcoreani e quelli russi. Da luglio a novembre, si contano diversi appuntamenti di rilievo che coinvolgono il Presidente russo, Vladimir Putin, il suo ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, e l’allora ministro della Difesa, Sergei Shoigu.

I primi frutti di questa nuova cooperazione per la Corea del Nord arrivano già a novembre, quando il regime lancia con successo, dopo due tentativi falliti, il suo primo satellite spia militare in orbita, il Malligyong-1.

Un successo che, secondo l’intelligence sudcoreana, è stato reso possibile solo grazie all’assistenza tecnologica russa.

Ma il vero punto di svolta arriva nel giugno 2024, quando Putin si reca in visita a Pyongyang e firma un accordo di partenariato strategico che prevede aiuti alimentari e uno scambio più strutturato di know-how militare.

È il suggello formale di un riavvicinamento che, fino a pochi anni prima, sarebbe apparso improbabile, e che consegna a Kim Jong un alleato disposto a investire concretamente nella modernizzazione del proprio apparato bellico.

Secondo il portavoce dello Stato maggiore congiunto sudcoreano, Lee Sung-jun, esisterebbe la possibilità che, sulla base degli armamenti e delle apparecchiature mostrate, il cacciatorpediniere Choe Hyon, varato nell’aprile 2025, sia stato il frutto della tecnologia, dei fondi e dell’assistenza ricevuti dalla Russia.

Un’analisi del giornalista ed ex militare sudcoreano Yu Yong-weon ha rilevato inoltre che il radar phased-array installato sulla nave è simile per disposizione e angolazione ai sistemi radar delle navi russe di classe Karakurt.

Pyongyang, dal canto suo, ha rivendicato la piena autosufficienza produttiva: secondo la propria agenzia di stampa ufficiale, la nave sarebbe stata costruita in circa 400 giorni senza alcuna assistenza straniera.

Ancora più significativo è il progetto del sottomarino a propulsione nucleare, descritto dalla stampa di Stato nordcoreana come un’unità da 8.700 tonnellate.

Secondo il Csis, è altamente improbabile che la Corea del Nord possa sviluppare da sola un simile sistema d’arma. A supporto di questa ipotesi, il think tank 38 North ha rilevato movimenti sospetti presso il cantiere russo di Zvezda, dove Mosca smantella da anni sottomarini nucleari dismessi.

Pyongyang ha poi compiuto progressi anche sul fronte nucleare. Secondo il presidente sudcoreano, Lee Jae-myung, la Corea del Nord sarebbe infatti in grado di produrre materiale fissile sufficiente per circa 15-20 bombe nucleari all’anno, una capacità che, secondo le proiezioni di Seul, porterebbe l’arsenale nordcoreano a circa 290 testate entro il 2035 — un livello paragonabile a quello attuale della Francia.

Infine, va considerato lo sviluppo delle capacità nordcoreane nell’uso dei droni, grazie all’esperienza acquisita durante la riconquista dell’oblast di Kursk accanto ai soldati russi.

Tutti questi elementi, letti nel loro insieme, spostano il calcolo di deterrenza di Washington e dei suoi alleati nella regione da una semplice logica di contenimento a una di convivenza forzata con una potenza militare e nucleare de facto.

Storicamente, la Cina ha ritenuto preferibile convivere con una Corea del Nord dotata di armi nucleari, purché il regime rimanesse stabile, piuttosto che rischiare un collasso del Paese, capace di generare instabilità ai propri confini o, peggio, una riunificazione coreana sotto egida americana.

Ma l'asse sempre più stretto tra Pyongyang e Mosca ha introdotto un rischio ulteriore: quello di perdere la propria influenza esclusiva su un alleato che ora dispone di un'alternativa concreta di sostegno economico e militare.

Da qui, la scelta di intensificare il proprio appoggio, anche a costo di mettere da parte un principio — la denuclearizzazione della penisola — sostenuto per decenni.

La visita del presidente cinese, Xi Jinping, a Pyongyang a inizio giugno, la prima in sette anni e la prima tappa estera dell'anno, va collocata in questa cornice. Un viaggio durante il quale, per la prima volta, non si è fatta menzione pubblica della denuclearizzazione.

Il quadro che emerge è dunque quello di una Corea del Nord uscita da un isolamento durato decenni non tanto per una trasformazione interna, quanto per la convergenza di interessi esterni: la guerra in Ucraina ha reso Pyongyang indispensabile a Mosca, e questo ne ha accresciuto il peso agli occhi di Pechino.

Resta da vedere quanto questo riposizionamento sia strutturale e quanto invece dipenda da condizioni contingenti che potrebbero mutare rapidamente gli incentivi di tutti gli attori coinvolti.

In questo podcast spieghiamo i motivi per cui la Cina non può escludere un'invasione di Taiwan. L'operazione anfibia contro l'isola sarà estremamente difficile, ma Pechino si sta preparando con tutti i mezzi necessari per garantirsi il successo.

Il riarmo navale e l’aumento delle attività di spionaggio cinese a Taiwan sono parte della strategia per essere pronti a un potenziale conflitto, mentre fattori come la demografia e le divisioni politiche interne rappresentano uno svantaggio per Taipei.

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Il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti non significa che il Medio Oriente sia tornato stabile. Anzi, mentre a Hormuz la tensione resta altissima, Libano e Yemen rischiano di diventare i prossimi fronti di crisi.

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