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AIgeist · Oct 29, 2025

AIgeist 69 │GEO vs. SEO: cosa sta succedendo tra search e chatbot │Cosa fanno gli utenti reali │ I tool per farsi trovare dai nuovi motori AI│ Tra previsioni catastrofiche e reazioni di Google

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AIgeist · AIgeist

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In un’immagine diremmo che c’è tutto di come le persone stanno usando ChatGPT come una sorta di intelligentissimo motore di ricerca: si rompe il motore dell’auto, chiedo a GPT cosa fare - una risposta che Google o Bing non mi daranno mai se non dopo una lunghissima navigazione tra siti e tanta pubblicità (qui trovate un interessante approfondimento dove il direttore marketing di OpenAI spiega cosa cercano di fare con la loro pubblicità).

La domanda che ci poniamo in questo numero di AIgeist è duplice: prima di tutto quanto e come gli utilizzatori finali stiano usando ChatGPT & soci invece di Google, e a seguire come gli editori di siti web di qualsiasi tipo, dall’ecommerce al B2B, dai siti editoriali a tanti altri, si possano preparare a questa nuova fonte di traffico.

La nuova parola chiave è quindi GEO, Generative Engine Optimisation, termine che ha immediatamente raggiunto la notorietà di Wikipedia (anche se la voce è ancora assai breve, comparata a quella dedicata al SEO - Search Engine Optimisation) e l’attenzione del mercato dei servizi, con aziende specializzate e tool ad hoc.

E allora, eccoci alle prese con Google per cercare se la voce GEO esiste e subito dopo su ChatGPT per chiedergli quanto sia più piccola rispetto alla voce SEO. Sarà questo l’uso tipo del futuro? Comunque ecco la risposta: il GEO è 1/18,5 del SEO, su Wikipedia.

Elaborazione ChatGPT Pro su prompt AIgeist

ChatGPT è meglio di Google o viceversa? A provare a rispondere è stato per primo un giovane ricercatore dell’Università del Wisconsin, che nel 2024 ha condotto un piccolo studio quantitativo su 100 utenti americani, chiedendo in quali casi preferissero usare un motore di ricerca tradizionale rispetto a un modello linguistico come ChatGPT. Il risultato mostra una netta divisione d’uso: per ricerche fattuali o aggiornate (come ad esempio il meteo), gli utenti continuano a fidarsi di Google e simili, apprezzandone la rapidità e la possibilità di verificare le fonti. Quando invece la richiesta è più soggettiva — come chiedere spiegazioni, riassunti o consigli su temi scientifici o di natura complessa— la scelta si sposta verso gli LLM, percepiti come più “umani” e capaci di restituire risposte sintetiche e comprensibili. Motori di ricerca e modelli linguistici, insomma, non si escludono: si completano. Lo studio ipotizza anzi che il futuro dell’accesso intelligente alle informazioni passerà per modelli ibridi tra search e AI - cosa che anche Google ha ben capito con le sue recenti innovazioni culminate nel cosiddetto “AI mode”.

Nelle immagini, esempi di ricerche e confronto tra gli strumenti.

Ma attenzione, gli strumenti non sono del tutto comparabili e c’è anche il pericolo che l’unione delle due risorse possa “appiattire” i risultati. Il termine scientifico adottato dalla ricercatrice Nora Freya Lindemann, che si occupa degli impatti etici dei chatbot sulla società, è “sigillatura delle conoscenze”. Il riassuntino proposto da tutti i motori di ricerca che hanno introdotto dei chatbot nei risultati (es. Google SGE, Copilot, Perplexity), cioè la risposta unica e sintetizzata offerta per ogni domanda che sostituisce la lista dei link, potrebbe sacrificare la pluralità dell’informazione e rendere la conoscenza marginale o periferica sempre più difficile da reperire, o infine amplificare la disinformazione. Solo i contenuti ritenuti centrali o “sicuri” (spesso già dominanti) entrano infatti nel training o nella citazione e i saperi emergenti o di nicchia rischiano l’invisibilità. L’utente poi perde curiosità e diventa più passivo: non sceglie più, ma accetta la risposta più immediata. Insomma se prima eravamo schiavi degli algoritmi SEO (che decidevano a cosa dare rilevanza) adesso siamo succubi del bigino già masticato senza la possibilità di approfondire i percorsi che hanno portato a quel risultato.

Se portiamo questo a livello business, c’è un rischio reale che i siti di aziende più piccole, più nuove o meno rilevanti non appaiano mai o quasi nelle “risposte” AI, non a causa di contenuti inferiori ma del peso specifico in rete della propria reputazione complessiva nell’universo semantico dove agiscono i chatbot. Un vero guaio potenziale per PMI e nuove realtà, ad oggi non compensato neppure dalla possibilità di pagare per risultare in cima alla lista, come accade per esempio in Google o Bing.

A difendere la qualità della risposta sintetica di Google ci ha pensato Liz Reid, Vice-Presidente e responsabile di Google LLC Search, in una intervista al podcast “Bold Names” pubblicato da The Wall Street Journal il 10 ottobre. Reid afferma che l’introduzione delle funzioni AI-powered nel motore di ricerca, in particolare le “AI Overviews”, rappresenta la trasformazione più profonda nella storia della ricerca — addirittura più significativa del passaggio al mobile. Le risposte automatiche non mirano a eliminare i clic verso i siti web, ma semmai a far emergere più query e facilitare l’accesso alle fonti: se una risposta rapida riduce il numero di clic pubblicitari su alcune query, l’aumento complessivo delle ricerche e l’esplorazione successiva compensano. Alcuni dati pare dare conferma a questa lettura. Secondo il Global AI Tracker (Similarweb, ottobre 2025), il traffico verso i motori di ricerca tradizionali rimane sorprendentemente stabile — il calo anno su anno di Google si aggira appena intorno al –2%. La vera trasformazione non riguarda quindi il volume, ma la cattura e redistribuzione del valore.

Per farla breve la ricerca non sta crollando, si sta trasformando.

Ma se alcuni giornalisti festeggiano la fine della schiavitù dell’algoritmo e dell’ebetudine dei titoli SEO - ne scrive Marco Bardazzi in questi giorni su Il Foglio - gli editori ricorrono nuovamente al Garante attraverso un reclamo formale all’Agcom contro il servizio AI Overviews di Google, reo di soffocare i link alle fonti originali, cioè alle pagine dei giornali. Hanno ragione? Le previsioni non pare siano molto attendibili. Nel 2024 gli analisti di Gartner scrivevano che entro 2026 il volume globale delle ricerche sui motori di ricerca tradizionali sarebbe diminuito del 25%. Non molto probabile, visto che mancano pochi mesi al nuovo anno e non si vedono segnali che confermino i toni allarmistici (anche se aneddoticamente se ne discute nelle comunità e anche noi abbiamo raccolto segnali di raffreddamento della fonte Google verso siti delle PMI, mentre la fonte ChatGPT comincia a vedersi nei dati, NDR). Insomma la SEO non è morta ma sta comunque cambiando e questa rivoluzione in corso cambierà le strategie di chi produce i contenuti. Lo spiega bene questo approfondimento secondo cui con l’arrivo dei motori generativi e dei chatbot integrati, la SERP (Search Engine Results Page) non scomparirà, ma perderà la sua forma: si dissolve dentro la risposta e da elenco visibile diventa spazio implicito di riferimento. La nuova sfida della SEO — o meglio, della GEO — sarà quindi non farsi trovare nella pagina, ma farsi leggere dal modello che genera la risposta.

Intanto cominciamo a dire che ChatGPT “per se” è diverso dal suo motore di ricerca web -basta cliccare sull’icona + (più) vicino al campo dove si scrive il prompt - che è aperto a tutti gli utenti (da febbraio anche quelli non registrati) e agisce come Google, cioè fornisce risposte rapide con link e foto visibili da fonti web pertinenti e autorevoli con cui ha stretto accordi ma in molti casi trova e riassume anche siti qualunque. Detto questo quali sono gli strumenti per monitorare il traffico web e la tracciabilità delle visite dei propri contenuti?

Qui alcune technicalities (attenzione lettori, da qui in poi entriamo un po’ nella riserva indiana di nerd del web e webmaster) per assicurarsi che i contenuti restino tracciabili e attribuibili - concetto essenziale nel marketing digitale - ai nuovi motori di ricerca basati su AI (ChatGPT Search, Google AI Overviews, Perplexity, ecc.), secondo il report di Seer Interactive, e una serie di consigli pratici per cominciare a famigliarizzarsi con questa nuova tecnica di galleggiamento.
Chi lavora nel SEO si troverà abbastanza a casa, ma c’è qualche differenza che cominica ad emergere, soprattutto nella forma e organizzazione dei contenuti.

  • Aggiungi sempre tag UTM ai link esterni e interni (utm_source, utm_medium, utm_campaign).

  • Mantieni uno schema coerente per permettere l’attribuzione aggregata da AI referral (es. utm_source=chatgpt.com).

  • Verifica che i parametri non vengano rimossi dai redirect o dai plugin CMS.

  • Struttura i testi come fonti affidabili (FAQ, definizioni, guide, tabelle). Se stai già facendo contenuto per il SEO, questa può essere una variante di quanto hai già.

  • Usa markup chiari (titoli descrittivi, heading H2/H3, elenchi) che aiutino i modelli a estrarre informazioni.

  • Inserisci nomi di dominio leggibili e date aggiornate, perché i bot citano contenuti percepiti come autorevoli e recenti.

  • Usa Schema.org per segnalare autore, data, categorie e tipo di contenuto (articolo, prodotto, recensione). L’AI - ma anche i motori di ricerca tradizionali - amano quando gli togli un lavoro, e con queste specifiche sarai molto amato…

  • Gli LLM e i crawler AI preferiscono pagine semanticamente etichettate, che facilitano la generazione di risposte con citazioni corrette.

  • Crea filtri personalizzati in Google Analytics / GA4 per isolare il traffico proveniente da domini come chat.openai.com, perplexity.ai, bing.com/chat, ecc.

  • Usa strumenti di log analysis o piattaforme di osservabilità per individuare richieste HTTP dai bot AI.

  • Mantieni sitemap.xml aggiornate e accessibili via robots.txt.

  • Specifica canonical tag e meta robots chiari, per evitare duplicazioni o omissioni nei dataset di addestramento.

  • Pubblica informazioni sull’autore e policy editoriali per migliorare la probabilità di citazione da parte dei modelli (criteri E-E-A-T).

  • Aggiungi dichiarazioni di accuratezza e link a fonti primarie: gli AI Overviews tendono a privilegiare contenuti con tracciabilità verificabile.

  • Interroga periodicamente i motori generativi (ChatGPT Search, Perplexity, Copilot) per verificare se e come citano il tuo sito.

  • Monitora la quota di voce AI (AI Share of Voice): quante volte il tuo brand o dominio appare nelle risposte AI rispetto ai competitor.

💡 In sintesi: la nuova “SEO tecnica” non serve più solo a scalare la SERP, ma a entrare nel campo visivo dei motori generativi, essere citati come fonte e restare tracciabili in un ecosistema dove il clic visibile conta meno, ma l’attribuzione corretta conta molto di più.

🙈🙉🙊 Trucchetto bonus: se avete tempo e voglia passate qualche ora - peraltro pagata, per quanto poco - lavorando come quality checker o editori di prompt per una delle tante piattaforme di aiuto al training AI da parte di esseri umani - tra le più note Outlier, Mercor, SuperAnnotate. Vi assicuriamo che arriverete più vicini a capire almeno in parte come ragionano questi sistemi di organizzazione delle informazioni, dove sbagliano e cosa combinano. Unico problema, spesso vi richiedono di fare dei test di ingresso in lingua inglese, anche se il vostro lavoro sarà concentrato sulle risposte in lingua italiana. Ma è una conoscenza di prima mano che vi sarà utile quando toccherà a voi essere dall’altra parte del sistema.

FINAL CHOICE
All’inizio era il dato. E per raccoglierlo correttamente, ecco una semplice tabella riassuntiva dedicata all’attribuzione di traffico da varie sorgenti AI. Fonte: SEER interactive

Visto quanto è nuovo questo fenomeno vi chiediamo apertamente e fortemente aiuto, anche per decidere se è un tema da approfondire ulteriormente (pensiamo a un piccolo e-book, o a una sezione speciale di AIgeist) o siamo troppo anticipatori. Votate tutti! (anche i non nerd).

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Read the original on aigeist.substack.com

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