RSS Amplifier

Africanismi · Oct 13, 2025

SPIEGONE: Cosa sta succedendo in Madagascar?

0
Sign in to vote or save

This page did not load. You can still read it on the original site — the toolbar below keeps your place in the directory.

La GenZ in piazza, la giravolta dell'esercito e l'esfiltrazione del presidente grazie alla Francia. Come si è arrivati a tutto questo?

Attempted coup is underway, says Madagascar's President - The Hindu

A partire dal 25 settembre 2025, il Madagascar è scosso da proteste diffuse che inizialmente erano incentrate su carenze molto concrete: interruzioni prolungate dell’elettricità e problemi idrici nelle principali aree urbane, specialmente nella capitale Antananarivo. Queste proteste si sono rapidamente trasformate in rivendicazioni più ampie e soprattutto in richieste politiche precise: le dimissioni del presidente Andry Rajoelina, una riforma istituzionale, una risposta efficace alla corruzione e al malgoverno.

L’inerzia delle proteste in Madagascar è stata influenzata principalmente dal comportamento di due attori: i giovani e i militari.

Grazie per aver letto Africanismi! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.

La GenZ sulle barricate

Madagascar president fires government after Gen Z protests – DW – 09/30/2025

Le prime proteste contro il governo malgascio sono state guidate dal movimento Gen Z Madagascar (GZM), una mobilitazione generazionale priva di leadership formale e di un programma politico definito, ma unita da un sentimento comune di esclusione e sfiducia verso le istituzioni. Il GZM si distingue come espressione di una società giovane, iperconnessa e post-ideologica, che trasforma la frustrazione quotidiana — la mancanza di servizi, lavoro e rappresentanza — in un linguaggio di ribellione digitale.

La sua eco globale deriva da due fattori chiave: l’uso strategico dei social media come strumento di coordinamento e narrazione, e l’adozione di simboli transnazionali tratti dalla cultura pop, in particolare quelli del manga One Piece, reinterpretati come emblema di libertà e sfida al potere corrotto. Attraverso questa estetica globale, il movimento ha costruito un immaginario politico immediatamente riconoscibile e, così facendo, ha trasformato un malcontento locale in un evento politico internazionale, capace di catturare l’attenzione di media, diaspora e opinione pubblica estera.

La mobilitazione della Gen Z malgascia è un elemento di rilievo strutturale in un paese in cui l’età mediana non supera i diciannove anni. In una società così giovane, la protesta non è un episodio contingente, ma l’emersione politica di una maggioranza demografica finora priva di voce. Le manifestazioni nate come risposta ai disservizi infrastrutturali — blackout, scarsità d’acqua, rincari — sono diventate il punto di condensazione di crisi più profonde: economiche, sociali e morali.

Il tasso di disoccupazione giovanile rimane elevato, la corruzione pervasiva, e le istituzioni pubbliche sono percepite come strumenti di auto-arricchimento piuttosto che di servizio. In questo quadro, la protesta della Gen Z non è solo una rivendicazione economica, ma un atto di sopravvivenza politica: l’affermazione di una generazione che rifiuta di restare periferica nel proprio paese.

Il voltafaccia dell’esercito

Colpo di stato in Madagascar coi militari del Capsat che hanno preso il  potere: chi sono e cosa sta succedendo

Dopo l’esplosione delle proteste, il governo di Andry Rajoelina ha tentato di contenere la crisi attraverso una mossa di apparente “istituzionalizzazione”: la nomina del generale Ruphin Fortunat Zafisambo, già capo di stato maggiore, alla guida del governo. Presentato come figura di equilibrio e di “unità nazionale”, Zafisambo avrebbe dovuto garantire la mediazione tra istituzioni e piazza. In realtà, la sua nomina ha avuto l’effetto opposto: è stata percepita dal movimento Gen Z Madagascar come un preludio alla militarizzazione della risposta politica e come segnale che il potere intendeva legittimare l’uso della forza per reprimere le proteste.

La decisione ha acuito una frattura già latente all’interno delle forze armate. Di fronte all’incertezza della catena di comando, l’unità d’élite CAPSAT (Corps d’Administration et des Services de l’Armée de Terre) ha scelto di schierarsi con i manifestanti, annunciando di voler “ripristinare l’ordine costituzionale” e dichiarando la presa del controllo delle forze armate. Le motivazioni dell’ammutinamento restano opache. Alcune fonti suggeriscono che i soldati si siano ribellati dopo aver ricevuto l’ordine di aprire il fuoco sulla folla — un’informazione non confermata, tanto più che la stessa CAPSAT aveva partecipato alla repressione delle prime manifestazioni.

Assumendo il comando militare e sostituendo la leadership delle forze armate, la CAPSAT ha trasformato la protesta in una crisi di regime. Il gesto assume un valore politico ancora più forte se si considera che la stessa unità aveva sostenuto Rajoelina nel colpo di Stato del 2009: il suo voltafaccia attuale rappresenta un crollo simbolico della rete di potere su cui il presidente aveva costruito la propria legittimità.

Resta incerto se e come la CAPSAT rientrerà sotto il controllo istituzionale, ma il dato politico è ormai chiaro: l’ammutinamento ha spostato la crisi dal piano politico a quello sistemico, segnando la perdita simultanea del consenso sociale e del monopolio coercitivo dello Stato.

Rajoelina da presidente a latitante

Madagascar's president says 'attempt to seize power illegally' is underway

Nel tentativo di contenere la rivolta, Andry Rajoelina ha seguito passo dopo passo il copione classico del leader sotto assedio. All’inizio delle proteste, il presidente ha proposto l’apertura di un “forum di dialogo nazionale” che coinvolgesse opposizione, società civile e autorità religiose. L’esclusione del movimento Gen Z Madagascar, tuttavia, ne ha compromesso fin dall’inizio la credibilità: la piazza non riconosceva più l’intermediazione delle strutture tradizionali del potere.

A fronte dell’escalation, Rajoelina ha poi annunciato lo scioglimento del governo, un gesto presentato come atto di rinnovamento ma percepito come segnale di debolezza politica. Quando l’unità d’élite CAPSAT si è ammutinata, la crisi è degenerata in una contesa aperta per il controllo dello Stato. Il presidente ha denunciato un “colpo di Stato in corso”, cercando di ricompattare le forze armate ancora leali e di mobilitare la narrativa della legittimità costituzionale contro i ribelli.

Secondo fonti riportate da RFI, nelle ore successive Rajoelina avrebbe lasciato il paese a bordo di un aereo militare francese — un epilogo che evoca altri precedenti africani, che segna simbolicamente il passaggio del Madagascar da una crisi di governo a una vacanza di potere. In pochi giorni, la catena decisionale del regime si è dissolta: la legittimità politica è evaporata, e nelle prossime ore sapremo nomi e volti di chi governa il paese adesso.

E adesso?

La fuga di Rajoelina apre la strada a un ritorno al potere dell’esercito, che nella storia politica malgascia ha agito meno come forza di governo diretto e più come arbitro delle transizioni civili, intervenendo per orientare il potere senza mai assumerlo pienamente. Bisogna vedere se il copione resterà lo stesso anche in questo caso.

Per il momento, la fuga di Andry Rajoelina rappresenta un colpo significativo per la residua rete d’influenza francese nel continente, e in particolare per il pivot to east africano di Macron, di cui il Madagascar costituisce (costituiva?) un tassello strategico. L’isola, infatti, occupa una posizione cardine nel dispositivo politico e logistico francese nell’Oceano Indiano — un punto di equilibrio tra sicurezza marittima, accesso alle rotte energetiche e proiezione economica verso l’Africa australe.

La perdita di un alleato prevedibile come Rajoelina indebolisce la capacità di Parigi di mantenere una presenza coordinata nell’area e memore delle difficoltà incontrate nel Corno d’Africa è probabile che l’Eliseo adotti, almeno nel breve periodo, un basso profilo, monitorando la transizione. Ma dietro la prudenza ufficiale, è plausibile che a Parigi si stia già lavorando attraverso una cellula di crisi all’Eliseo per valutare gli scenari successivi — incluso l’atteggiamento delle nuove autorità malgasce verso la Francia.

Un’ultima considerazione riguarda il possibile ruolo della Russia. In passato, il Wagner Group aveva condotto nel paese alcune campagne di disinformazione contro Rajoelina, tutte concluse senza risultati politici tangibili. L’attuale ondata di proteste, tuttavia, non presenta le stesse caratteristiche delle mobilitazioni “mediate” osservate nel Sahel: le critiche rivolte al governo malgascio nascono da cause endogene — corruzione, disuguaglianza, inefficienza amministrativa — e si fondano su elementi verificabili, non su narrative manipolate.

Ciò non significa che Mosca abbia smesso di guardare al Madagascar come a uno spazio d’interesse. L’isola mantiene un valore strategico elevato nel quadro della competizione per l’influenza nell’Oceano Indiano, sia per le sue risorse minerarie (in particolare nichel e cobalto) sia per la sua posizione lungo le rotte marittime che collegano l’Africa orientale all’Asia. Resta da capire se e come gli attori filorussi della politica malgascia cercheranno di inserirsi nel dialogo nazionale che emergerà dalla crisi: un banco di prova per valutare il grado di penetrazione russa nel nuovo equilibrio di potere post-Rajoelina.

State sicuri che, come sempre, seguiremo gli sviluppi della transizione qui su Africanismi.

Grazie per aver letto Africanismi! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.

Read on africanniche.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.