Quando ho scritto il mio articolo sull’agricoltura rigenerativa, poco più di un anno fa, avevo già chiaro che agroecologia e agricoltura rigenerativa fossero collegate. Scrissi che erano “due facce della stessa medaglia”. Era vero, ma era anche incompleto.
Nel frattempo ho studiato di più. Ho partecipato a eventi, conosciuto persone, mi sono avvicinata a movimenti che non conoscevo. E mi sono resa conto che la mia lettura dell’agroecologia era parziale: la vedevo soprattutto come un termine accademico, quasi una versione più formale e istituzionale di quello che io chiamavo agricoltura rigenerativa. Invece l’agroecologia ha una storia molto più grande — e molto più politica — di quello che pensavo.
Questo articolo è il mio tentativo di raccontarvela.
La prima cosa da dire sull’agroecologia è che non ha una definizione universalmente condivisa. Ogni realtà che la pratica o la studia ne ha una propria, e le tensioni tra queste definizioni sono reali. Questo non è un difetto: è una caratteristica di qualcosa che vive, che evolve, che non si lascia chiudere in una casella.
Quello che c’è di condiviso — almeno dalla letteratura scientifica degli ultimi vent’anni — è che l’agroecologia è contemporaneamente tre cose:
Una scienza. Transdisciplinare, che studia le interazioni ecologiche, sociali ed economiche all’interno dei sistemi agricoli e alimentari. Non solo agronomia, ma ecologia, sociologia, economia, storia. Non solo il campo, ma tutta la filiera, fino al piatto.
Una pratica. Un insieme di approcci produttivi che valorizzano i processi ecologici riducendo la dipendenza da input esterni. Attenzione: non esiste un elenco chiuso di pratiche “ufficialmente agroecologiche”. Le pratiche si collocano lungo uno spettro — si possono essere più o meno agroecologiche a seconda del contesto, dei principi applicati, delle relazioni che si costruiscono con il territorio.
Specifico che però per me l’agroecologia, proprio per dove e come nasce, non può partire da un’agricoltura convenzianale che fa uso di pesticidi e fertilizzanti chimici. Per me l’agroecologia (anche se alcune persone non sono d’accordo con me) DEVE partire da pratiche agricole di base che seguono il disciplinare del biologico e del biodinamico per poi costruire sopra più abbondanza e biodiversità nel contesto dell’agro-ecosistema.
Un movimento sociale e politico. Ed è qui che la mia comprensione è cambiata di più.
L’agroecologia non è nata nelle università. O meglio, è nata anche lì — già negli anni Venti del Novecento ci sono i primi studi sull’ecologia dei sistemi agricoli, e in Italia abbiamo persino un primato dimenticato: il professor Girolamo Azzi istituì nel 1924 la prima cattedra di Ecologia Agraria a Perugia e pubblicò nel 1928 il primo trattato sistematico della disciplina. Un contributo che la storiografia internazionale ha largamente ignorato, forse perché non fu mai tradotto in inglese.
Ma il filo più potente non è quello accademico. È quello che viene dai campi, dalle occupazioni di terra, dalle lotte contadine.
In Mesoamerica, negli anni Settanta, nasce il movimento Campesino a Campesino — “da contadino a contadino”. Un modo orizzontale di trasmettere conoscenza agricola senza intermediari tecnici, senza esperti calati dall’alto. Il principio è semplice e rivoluzionario allo stesso tempo: i contadini sono i principali detentori di conoscenza, e quella conoscenza si trasmette meglio tra pari. Il movimento si diffonde in Nicaragua durante la Rivoluzione Sandinista, poi arriva a Cuba.
A Cuba, negli anni Novanta, l’agroecologia diventa letteralmente una questione di sopravvivenza. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’isola si ritrova senza petrolio per le macchine e senza importazioni di agrofarmaci. L’ANAP — l’Associazione Nazionale dei Piccoli Agricoltori cubana — adotta e massifica il metodo Campesino a Campesino. Il caso cubano viene studiato ancora oggi come dimostrazione che è possibile mantenere la produzione alimentare senza dipendere dagli input chimici.
In Brasile, dal 1984, il MST — il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra, il più grande movimento per la riforma agraria dell’America Latina — porta l’agroecologia dentro la lotta per la terra: non solo come metodo di coltivazione, ma come progetto di emancipazione sociale. “Sem terra” vuol dire senza terra: chi non ha accesso alla terra non può nutrirsi, e non può nutrirsi chi dipende da sistemi alimentari che non controlla.
In India, Vandana Shiva fonda negli anni Ottanta Navdanya — “Nove Semi” — per difendere la biodiversità agricola e la sovranità dei semi dall’appropriazione delle multinazionali. Navdanya gestisce oggi una rete di banche dei semi comunitarie in tutto il paese. Shiva connette la logica di dominio sulla natura con quella di dominio sulle donne: l’ecofemminismo che porta avanti non è un’idea astratta, è una pratica politica quotidiana.
In Francia, nel 1987, José Bové co-fonda la Confédération Paysanne, sindacato agricolo di resistenza all’industrializzazione. Nel 1999, con trecento persone, smonta un McDonald’s in costruzione a Millau — azione diventata simbolo mondiale della resistenza contadina all’omologazione alimentare. Bové è anche tra i fondatori di La Via Campesina.
La Via Campesina, fondata nel 1993, è il filo che unisce tutto. Il più grande movimento contadino internazionale — oltre 180 organizzazioni affiliate, centinaia di milioni di produttori in tutto il mondo. È La Via Campesina a introdurre e diffondere il concetto di sovranità alimentare: il diritto dei popoli a definire le proprie politiche agricole e alimentari, senza essere soggetti alle logiche del mercato globale. Presentato ufficialmente alla FAO nel 1996, questo concetto diventa il quadro politico entro cui l’agroecologia si afferma come movimento.
Tutto questo mentre nelle università, lentamente, la ricerca dava forma scientifica a qualcosa che i contadini di mezzo mondo stavano già facendo da decenni — o da secoli.
Nel 2009 il ricercatore Alexander Wezel e i suoi colleghi pubblicano il paper che formalizza le tre dimensioni — scienza, pratica, movimento — e che diventa il linguaggio di riferimento. Nel 2019 il Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale (HLPE/FAO) consolida 13 principi agroecologici, organizzati in tre pilastri: efficienza delle risorse, resilienza, equità e responsabilità civile.
Non sono ricette. Sono orientamenti. Il riciclo dei nutrienti, la salute del suolo, la biodiversità, la sinergia tra le componenti del sistema, la diversificazione economica, la co-creazione della conoscenza, la connettività tra produttori e consumatori, la partecipazione alle decisioni. Ogni azienda che si muove in questa direzione lo fa in modo diverso, nel proprio contesto, con le proprie risorse.
Ed è esattamente questo che trovo bello — e difficile da spiegare a chi vuole una checklist.
No. Ma si sovrappongono molto.
La distinzione più utile, secondo me, è nel metodo di valutazione.
L’agricoltura biologica è un sistema certificato basato su un disciplinare: si valuta cosa si usa — quali input sono vietati, quali sono consentiti. Non necessariamente cosa succede all’ecosistema. Senza contare che oggi, per far rientrare molte aziende nel favorevole mercato biologico, le maglie si sono sempre più aperte, facendo diventare il biologico comunque un tipo di agricoltura industriale.
L’agricoltura rigenerativa valuta invece i risultati ecologici concreti: com’è la salute del suolo, come si muove la biodiversità, com’è il bilancio del carbonio, come funziona il ciclo idrico. Non una lista di pratiche prescritte, ma una transizione misurabile verso esiti verificabili. Rientra sotto il cappello dell’agroecologia come una delle sue espressioni più operative e misurabili. Ho visto i risultati di queste pratiche e anche solo a livello visivo si vedono agro-ecosistemi ricchi di vita, biodiversi, altamente produttivi, in salute.
L’agroecologia è più ampia: include la dimensione scientifica, quella pratica e quella politica. L’agricoltura rigenerativa è, in un certo senso, l’agroecologia applicata — con un’enfasi particolare sulla misurazione degli impatti ecologici e su una transizione concreta, azienda per azienda.
Quando un anno fa scrivevo che erano “due facce della stessa medaglia”, intuivo qualcosa di vero. Adesso direi meglio: l’agricoltura rigenerativa è una delle porte attraverso cui si entra nell’agroecologia. Una porta molto pratica, molto concreta, che non richiede di avere alle spalle anni di militanza o di teoria. E questo è un valore.
Il rischio — e lo dicevo già nell’articolo precedente parlando di greenwashing — è che la parola “rigenerativo” venga svuotata di senso da chi la usa solo per marketing, senza mai toccare le strutture di potere che rendono l’agricoltura industriale il sistema dominante. L’agroecologia come movimento politico è, tra le altre cose, un anticorpo a questo rischio.
L’agroecologia abbraccia più discipline — lo abbiamo visto. E questa multidisciplinarietà non è solo un fatto teorico: si ritrova concretamente nel momento in cui si entra in un’azienda agricola e si prova a progettarla in modo agroecologico.
L’agricoltura biodinamica diceva che l’azienda è un organismo vivente. L’agroecologia va oltre: l’azienda è un organismo vivente dentro un ecosistema, dentro un territorio, dentro relazioni sociali ed economiche. Non esiste a sé stante. E l’agricoltore — o gli agricoltori — non hanno da fare solo il lavoro di coltivazione o di allevamento. Hanno da gestire un sistema complesso, con layer che si intrecciano continuamente.
Il primo layer è quello ecologico-produttivo: le pratiche, le colture, gli animali, il suolo, la fotosintesi e la produzione di biomassa, il ciclo dell’acqua e dei nutrienti. Ed è qui che entra la progettazione agroecologica in senso stretto — capire quali pratiche migliorano la biodiversità e la resilienza di quell’agroecosistema specifico, in quel contesto, con quelle risorse. Senza ricette universali: quello che funziona per un’azienda in pianura padana non funziona necessariamente per un’azienda in montagna appenninica. L’agroecologia chiede creatività e contestualizzazione. Un sistema agrosilvopastorale, un’agroforesta, un orto in policoltura, un pascolo turnato — le soluzioni sono infinite, e la cosa bella è che si basano molto anche su quello che la persona desidera fare, su cosa la motiva, su come si immagina nel lavoro tra dieci anni.
Il secondo layer è quello economico-finanziario-fiscale. L’azienda deve sostenersi, e l’agricoltore deve ricavarne un reddito — per coprire le spese della vita, della famiglia, ma anche per reinvestire nell’azienda stessa, perché quello che oggi funziona tra vent’anni va sostituito. Questa dimensione è forse quella più trascurata nella formazione agricola, e anche quella che provoca più difficoltà concrete. In Italia non c’è una cultura finanziaria diffusa — non è una colpa, non viene insegnata — e spesso chi arriva all’agricoltura porta con sé una relazione difficile con il denaro, con il budget, con la proiezione economica a lungo termine. Fare un piano economico serio per un’azienda agricola richiede competenze che di solito non si trovano nei corsi di agronomia.
Il terzo layer è quello sociale e relazionale. L’azienda produce beni e servizi per una comunità — spesso senza rendersene conto. Verdure, carne, miele, ma anche presidio del territorio, manutenzione del paesaggio, custodia della biodiversità, accoglienza, didattica, integrazione lavorativa di persone svantaggiate. Un’azienda agricola in montagna che fa agriturismo, fattoria didattica, vendita diretta non è solo un’impresa: è un presidio. Senza quelle aziende, certi territori si spopolano e si degradano. Lo vediamo nell’Alto Adige — dove la bellezza del paesaggio non è solo natura, è il risultato di secoli di agricoltura curata e di politiche che l’hanno supportata.
Eppure l’agricoltore vive spesso in isolamento. Il lavoro è fisicamente lontano dai centri, richiede ore lunghe, stagionalità intensa, poca flessibilità. Vandana Shiva ha portato l’attenzione sul fenomeno dei suicidi tra gli agricoltori in India — un fenomeno che la crisi dei debiti e la dipendenza dalle multinazionali delle sementi hanno amplificato in modo drammatico. Ma la solitudine degli agricoltori non è solo un problema del Sud del mondo. Anche qui, tra le aziende piccole che conosco, la difficoltà a costruire socialità è reale: si arriva a sera stanchi, c’è la famiglia, e non si va oltre. Il confronto con altri agricoltori, lo scambio di pratiche, la costruzione di filiere condivise — cose che un tempo avvenivano naturalmente attraverso le cooperative e i mulini sociali — oggi richiedono uno sforzo deliberato che non tutti riescono a sostenere.
C’è poi la pressione dell’industria, che non è astratta. I regolamenti sanitari sull’allevamento avicolo in Italia, per esempio, sono costruiti su parametri di produzione industriale: una gallina ovaiola vale quattro euro di produzione standard. Chi alleva cinquanta galline al pascolo si trova a rispettare le stesse norme di chi ne alleva diecimila in capannone, con costi fissi che non si scalano. Non è neutralità normativa: è una scelta strutturale che favorisce la grande scala.
Tutto questo è agroecologia applicata. La progettazione agroecologica di un’azienda non riguarda solo come coltivare — riguarda come costruire un sistema che sia ecologicamente sano, economicamente sostenibile, socialmente radicato, e in grado di reggere nel tempo. È un lavoro che richiede di muoversi su tutti questi piani insieme, e di farlo con la consapevolezza che nessun layer è separabile dagli altri.
Mi riconosco nell’agroecologia. Non solo come disciplina di progettazione — che è il mio lavoro quotidiano — ma come visione. L’idea che un’azienda agricola non sia solo un luogo di produzione, ma un ecosistema dentro un territorio, dentro relazioni sociali, dentro una storia.
Inoltre sto amando il senso di comunità e appartenenza che si sta sviluppando lungo tutto il movimento sociale e politico che sta nascendo in Italia grazie alle associazioni che portano avanti la stessa visione come la Rete Agroecologica Microfarm, l’Accademia di Permacultura, Resilient Bee, Rete Semi Rurali, WWOOF Italia, Terra!, AIDA e molte altre.
Ho ancora molto da studiare. E questo articolo non è un punto di arrivo: è un appunto di viaggio, aperto a correzioni.
Se conosci movimenti, esperienze o riferimenti che ho lasciato fuori, scrivimi. Sto ancora raccogliendo.
Se vuoi approfondire il tema dell’agricoltura rigenerativa e le sue pratiche puoi leggere il mio articolo precedente:
Sono Adelaide Valentini, agronoma, insegnante e contadina. Sogno comunità rurali che rigenerano territori ed ecosistemi. Ecco perché ti aiuto a trasformare il tuo sogno agricolo in realtà. Ne hai bisogno tu, ne ha bisogno il mondo.

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