(17 pagine, tempo di lettura 15 minuti)
Tra le accuse di tradimento di Trump, e le vanterie di Rutte per l’ampio uso delle basi italiane nell’Operazione Epic Fury, il governo italiano si è trovato in una posizione difficile: dovendo scegliere alternativamente di evidenziare il sostegno all’alleato statunitense, o di negare qualsiasi partecipazione alla guerra in Iran.
L’uso delle basi italiane da parte delle forze armate statunitensi è regolato dall’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture del 1954, che è ancora tenuto segreto da entrambe le parti. Tuttavia, il cruciale Articolo 2 dell’Accordo è stato rivelato nel 2008. Esso afferma che:
«Il Governo degli Stati Uniti si impegna a utilizzare le strutture concordate nello spirito e nel quadro della collaborazione NATO. Il Governo degli Stati Uniti si impegna a utilizzare le installazioni concordate esclusivamente per assolvere alle proprie responsabilità NATO e, in ogni caso, a non utilizzarle per scopi bellici se non in conformità con le disposizioni della NATO o previo accordo con il Governo italiano.»1
L’Articolo 2 non fa alcuna distinzione tra missioni «cinetiche» e «non cinetiche», ma si riferisce a «scopi bellici»: includendo evidentemente missioni non cinetiche come quelle logistiche, di trasferimento, ricognizione, guerra elettronica, se parte di un’operazione bellica. Pertanto, tali missioni, se a supporto della guerra non-NATO contro l’Iran e utilizzanti basi aeree italiane, avrebbero dovuto essere autorizzate dal Governo Meloni.
Nonostante ciò, il Governo Meloni, tramite il Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha fatto ripetutamente riferimento ad accordi vincolanti preesistenti - lasciando intendere, alternativamente, che gli Stati Uniti non abbiano bisogno di autorizzazioni per missioni aeree non-cinetiche dalle basi italiane;2 che missioni aeree offensive straniere non-NATO non possono essere affatto lanciate dall’Italia; che consentire tali voli non è stata una scelta politica, ma un obbligo derivante da trattati;3 e che il Governo italiano abbia autorizzato solo voli non cinetici (quindi, avevano bisogno di autorizzazione!).4
Crosetto ha poi dichiarato che 518 voli USA erano stati autorizzati, dal 29 febbraio al 23 giugno - ma, in modo poco convincente, ha cercato di farli passare per attività aerea di routine, evidenziando il numero simile di voli degli anni precedenti, omettendo però che, questa volta, le forze aeree statunitensi stessero combattendo una guerra. Si noti che Rutte aveva precedentemente affermato che “500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi USA in Italia, per sostenere Epic Fury”: stando alle parole del Segretario Generale della NATO, quasi tutti i voli ammessi da Crosetto sarebbero stati a sostegno della guerra in Iran.5
Molte delle dichiarazioni incoerenti del governo Meloni sono difficili da credere, soprattutto considerando il rifiuto di rivelare il testo dei presunti accordi, o di spiegare l’evidente contraddizione con il trapelato Articolo 2 dell’Accordo del 1954, che richiede l’autorizzazione per tutte le missioni a “scopo bellico”. Di fatto, il governo italiano sembra aver seguito esattamente quanto stipulato dal BIA del 1954: fornire autorizzazione per numerosi voli logistici, di trasferimento e di ricognizione statunitensi, per “scopi bellici”. Oppure, in alternativa, aver lasciato che gli Stati Uniti fossero tacitamente e automaticamente autorizzati per quelle missioni non cinetiche, nonostante quanto stipulato nel BIA del 1954, forse seguendo una pratica consolidata da tempo.
Entrambi questi scenari implicano, naturalmente, una scelta politica deliberata del governo Meloni - ma quest’ultimo implicherebbe anche una grave distorsione di quanto stipulato dall’Accordo del 1954, almeno nell’Articolo 2 di cui siamo a conoscenza.
Quindi, per quanto oggi documentabile, in che modo gli Stati Uniti hanno sfruttato le basi aeree italiane per l’operazione Epic Fury?

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