Ciao a voi e buon sabato,
spero abbiate passato una bella settimana e che vi siate accorti/e del gelsomino.
[ io dentro al glicine e al gelsomino ci vivrei ]
Io oltre al gelsomino mi sono accorta che da quando ci faccio caso le cose che mi ritrovo intorno sono davvero tante. Mi sembrava di essere tanto sola circondata dalle stesse identiche cose, la stessa casa, gli stessi alberi, lo stesso pavimento, lo stesso pettine, e poi ho cominciato a guardarci bene e anche il salotto dei miei genitori non mi è sembrato più lo stesso. Ieri pomeriggio mi sono messa a contare i quadri che erano appesi alle pareti, quadri che sono forse lì da quando i miei genitori si sono trasferiti – anche se mia madre, devo dirlo, a lei piace cambiare disposizione alle cose, l’arredamento si muove, la casa è una cosa viva dove le sedie come i tappeti girano per le stanze, lei sembra una domatrice di leoni ma con le sedie, è da vedere – comunque dicevo che forse quei quadri non sono nella stessa posizione di quando i miei genitori si sono trasferiti in quella che una volta era la casa dei miei nonni, e allora mi sono messa a contarli – erano sette – e quando li ho contati un’altra volta mi sono chiesta:
Ma tu lo sapevi che qui c’erano appesi sette quadri? Se uno ti avesse chiesto Ma quanti quadri ci sono appesi nel salotto dei tuoi genitori? tu saresti davvero riuscita a rispondere?
Io ci credo poco.
[ la maggior parte dei quadri appesi a casa mia, invece, vengono dai mercatini dell’usato ]
Così ho cominciato a pensare anche alla facciata della casa, al colore delle tapparelle, allo zerbino sulla soglia, e poi anche agli specchi al piano di sopra, alle piante disseminate per il giardino, e ho pensato: Quanti ce ne saranno? Dove si trovano esattamente? E dopo una brevissima ispezione per controllare che le mie supposizioni fossero esatte – che è un po’ come andarsi a vedere la soluzione del cruciverba in fondo alla Settimana Enigmistica – mi sono resa conto di averne azzeccate davvero poche, e mi sono sentita come una di quelle persone che vanno dal tabaccaio per giocare dei numeri che qualche prozio morto gli ha detto in sogno e sono convinti di prenderci:
Stavolta vinco, divento ricco!
solo che alla fine non ci prendono mai e ci restano male Volevo ben puntarlo davvero il 13 su Venezia, boia d’un mondo, era nato il 13 il nonno Carlo, mi son sbagliata! e ci restano così male che sembra quasi che fossero così convinti di vincere da non poter prendere in considerazione il fatto di non poterci invece prendere per niente. Ecco, io mi sono sentita come quelli che pensano di prenderci e alla fine non ci prendono mai; ho contato i quadri appesi per casa e guai se ci avevo preso al numero che avevo pensato. Mi sono giustificata dicendomi che non è casa mia, che è da tempo che non ci vivo più, e che ci passo soltanto qualche volta a settimana per andare a pranzo dai miei, sarà ben normale non ricordarsi la disposizione o il numero dei quadri appesi alle pareti! Poi mi sono anche detta Hai sempre la testa tra le nuvole, pensi sempre ad altro! No, boia d’un mondo, metto la faccia nel telefono, ecco la triste verità, e mentre attorno a me tutto cambia io non so perché lo stia facendo o quando abbia cominciato a farlo, e questo non va mica bene.
Ma andiamo avanti.
Da lì sono passata a ispezionare il soffitto – questa settimana non si gira in campagna, mi sembra di capire. Il soffitto, il grande sottovalutato dei nostri tempi moderni. Dopo la cocente delusione alla tombola dei quadri di casa, mi sono messa a fissare il soffitto – forse per punizione; mi sono sdraiata sul divano e sono stata lì, Avrai del tempo da perdere, mi direte, in parte è anche vero, ve lo concedo, ma per accorgersi delle cose ci vuole proprio del tempo da perdere, ci vuole del tempo dove uno si dice Oggi mi metto qui e guardo la gente che passa per strada o Adesso mi metto qui e conto le gocce che scendono dal rubinetto prima di chiamare l’idraulico o Adesso mi metto qui e finché non passa una nuvola a forma di marmitta non faccio niente, resto immobile, basta, per il resto della giornata non ha senso vivere se non vedo una marmitta in cielo, adesso chiamo in ufficio e dico al mio capo che se non vedo una marmitta in cielo io non vado a spedire le fatture:
Ma sarà che resti a casa per una nuvola?
Ah, finché non passa una marmitta, niente, non ci si muove.
Ma sei sicuro di stare bene?
Benissimo.
Ma da dove viene questa cosa della marmitta?
Non le serve sapere da dove viene, io devo vedere una marmitta in cielo e dopo posso venire a lavorare.
Insomma, avete capito. Bisogna fare come facevano le nonne una volta, si prendevano del tempo per mettere una sedia davanti a casa e da lì aspettare il tramonto, le ultime persone in strada, la prima ora della giornata senza niente da fare. E stavano, basta. È alla base dell’accorgersi, lo stare. Senza quello, tanto vale non provarci nemmeno.
Io ho scelto di fare la nonna e mettere fuori le sedie.
Ma torniamo al soffitto.
Voi lo guardate mai il soffitto di casa vostra? E sto parlando di fissarlo non per cercare le ragnatele, che io vi vedo star qui a leggere e pensare Ma certo che guardo il soffitto, quando cambio una lampadina cosa vuoi che guardi? Per terra? Io dico fissarlo senza un motivo preciso, fissarlo perché è semplicemente sopra la nostra testa, fissarlo perché ci siamo buttati sul letto dopo una doccia e non c’è nient’altro da fare che fissare il lampadario - sì, a volte non c’è davvero nient’altro da fare, e se pensiamo che non sia così, allora abbiamo un problema con le nostre giornate troppo piene e il soffitto andrebbe davvero rivalutato, preso come metro di misura per capire se stiamo facendo troppo o se, in fin dei conti, quei cinque minuti a non fare niente possiamo prenderceli davvero - o il ragnetto che fa avanti e indietro dall’angolo destro all’angolo sinistro o l’ombra delle cose che sono fuori in cortile e il sole le fa muovere sulle pareti, fissare per il semplice fatto che abbiamo degli occhi e un cervello che se vediamo qualcosa poi magari ce ne fa venire in mente delle altre e io ieri, a fissare il soffitto, mi è venuto in mente che da ragazzina, quando piangevo per i ragazzi, fissavo sempre il soffitto, mettevo su una cassetta di Irene Grandi o Giorgia e piangevo tutte le lacrime che avevo, e mi ricordo che il soffitto era sempre così offuscato dalla lacrime che mi sembrava un mare in tempesta. Però, posso dirvi una cosa, io il lampadario della mia camera da letto di quando ero ragazzina me lo ricordo benissimo: beige, di carta, e così pieno di polvere che a soffiarci sopra sarei forse soffocata.
Per i lampadari di casa mia, adesso, devo pensarci una volta in più.
Infine questa settimana mi sono accorta anche di altre cose – e con queste ci salutiamo.
Le metto così in ordine sparso:
1) La gente ha cominciato a cenare all’aperto;
2) Le persone in giro per la campagna compiono gesti senza tempo come girare su un Ciao senza casco e i capelli bianchi al vento;
3) Il profumo del gelsomino;
4) La parola “scaravento” riferita al temporale. E’ venuto un fatto scaravento stanotte! diceva mia nonna.
Ma questo ve lo racconto la prossima settimana.
[ poi lo scaravento è venuto davvero di notte ]
Ci vediamo in giro.
E accorgetevi dei soffitti.
Ci sono delle cose scritte, se ci si guarda bene.
E se vi va, fatemi sapere quali sono.
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