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Accorgersi delle cose · May 16, 2026

Mi sono accorta che vent'anni non sono pochi

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Mara Munerati · Accorgersi delle cose

Buon sabato a voi,

per prima cosa vorrei ringraziare chi ha deciso di iscriversi a questa newsletter: mi fate davvero tanto felice.

Poi devo dire che questa settimana è stato un susseguirsi talmente ricco di “mi sono accorta” che ho deciso di concentrarmi solo sul fatto più grosso – volevo parlare anche di nidi e soffitti, ma avremo modo di parlarne più avanti. Per questo sabato ho deciso invece di parlare di quella cosa che non puoi proprio dire Ne parlo un’altra volta, perché è il famoso elefante nella stanza; io sfido a non accorgersi che ci sono orecchie e proboscidi dentro a una stanza, soprattutto qui in Emilia che gli elefanti non si sono mai visti nemmeno nei circhi di paese, ma io, ve lo posso giurare, per più di vent’anni quell’elefante non l’ho proprio visto. Ci ho girato intorno, forse mi ci sono anche addormentata addosso, ma niente, lui stava lì e io entravo e uscivo dalla stanza come se niente fosse.

Ma facciamo un passo indietro.

Qualche tempo fa – alla vigilia di quello di cui mi sono accorta questa settimana - ho scritto questo:

“Io sono sempre stata una che avrebbe voluto essere qualcun’altra. Quest’anno ho deciso di fare una cosa che non ho mai fatto prima in vita mia. E ho deciso di farla perché se non decidevo di farla sentivo che qualcosa dentro, prima o poi, si sarebbe rotto. E si sarebbe rotto anche perché sono sempre stata una che avrebbe voluto essere qualcun’altra. Così quest’anno ho deciso di partire; io in estate partirò per un viaggio in giro per l’Emilia, perché io quest’anno ho capito che voglio essere una che scrive, e come quando andavo a lezioni di canto lirico e io chiedevo alla mia insegnante Ma come si fa a cominciare a fare canto lirico? e lei mi rispondeva Imitando, Ma imitando come? Hai presente quando vuoi imitare Pavarotti e fai la voce come lui? Sì, Ecco, fai così, comincia con l’imitare e poi dopo ti insegno le cose per farlo bene. E questa cosa mi è venuta in mente proprio l’altro giorno quando pensavo al fatto che voglio partire per questo viaggio in Emilia e fare davvero una che scrive, che io fino adesso, secondo me, ho solo imitato una che vuole essere una che scrive, non l’ho mai fatto veramente. Ho imitato Pavarotti e basta, senza poi metterci davvero tutte quelle cose che hanno fatto di Pavarotti, Pavarotti. Io quest’anno parto e scrivo, perché me lo voglio fare come regalo di compleanno. Non mi sono mai fatta un regalo che mi piacesse davvero, o che mi facesse dire Oh, che bel regalo che mi sono fatta! Quest’anno cambio lavoro e smetto di imitare gli scrittori. Così come smetto di imitare tutte quelle persone che vorrei tanto essere e non sono mai, come quelle che un giorno decidono di partire e dicono Bene, oggi parto, prendo lo zaino e vado. Io nello zaino ci devo mettere le medicine, no anzi, non ce le voglio mettere, le compro mentre vado in là, come si dice. Faccio lo zaino e vado, telefono al mio moroso e glielo dico, telefono ai miei genitori e glielo dico, telefono agli amici e glielo dico, telefono ai miei nipoti e glielo dico, vado in strada e lo dico al primo che passa, Io allora vado, eh! E poi faccio una cosa che non ho mai fatto prima in vita mia. Vado davvero.”

Questa settimana mi sono accorta che ho fatto davvero quello che ho scritto.

Intendo questa cosa di lasciare il lavoro - per il viaggio ci stiamo ancora lavorando. E me ne sono accorta in due istanti precisi: il primo mentre ero in bagno a lavarmi i capelli, il secondo mentre sistemavo dei raccoglitori nell’archivio dell’azienda in cui ho lavorato dal 2005 fino a questa settimana. Ho guardato tutti quei fogli che negli ultimi vent’anni ho messo via, tutti quei numeri che ho scritto e tutti quei documenti che chissà se un giorno qualcuno riprenderà mai a mano. Li ho guardati uno per uno, sono stata lì come un pesce rosso nella palla a fissare tutte quelle scritte, tutti quegli anni e raccoglitori e cose fatte in ufficio, e mi sono accorta che di lì a qualche giorno non li avrei rivisti più. Non avrei sentito più l’odore di quella stanza – quel misto di cose vecchie un po’ ammuffite – che non avrei più messo in ordine quei documenti, scritto altri numeri. E ho anche pensato che lì dentro, anche se io non ci sarò più, lì dentro ci saranno sempre delle cose che ho fatto io, e ho anche pensato – in maniera un po’ vanesia – ho anche pensato che quelli dopo di me, facendo un giro nell’archivio vedendo la mia scrittura, magari penseranno Ma chissà che fine ha fatto quella là che faceva queste cose.

L’altro momento in cui mi sono accorta che avrei davvero lasciato il mio lavoro è stato mentre mi trovavo in bagno a lavarmi i capelli. Mi sono guardata allo specchio e mi sono accorta che quella persona lì, quella riflessa davanti a me con la faccia stanca e i capelli bagnati, quella persona lì non sarebbe stata più quella di prima. Che la prossima settimana io non sarò più una che prende la macchina e va nello stesso posto in cui è stata per vent’anni. Non svolterò a sinistra appena uscita dal cancello di casa, poi ancora a sinistra verso Via Ugo Foscolo, poi in fondo a destra verso la rotonda. Seconda uscita e poi dritto in direzione Ferrara. Altre rotonde, poi lo stradone, il benzinaio con la benzina a 1.9, il canale, la lunga discesa, la casa gialla sulla destra, un altro rettilineo, l’ultima rotonda del supermercato e arrivo. Io non sarò più quella persona lì, e quando me ne sono accorta, ho iniziato a notare che la mia faccia era già diversa, non mi riconoscevo più:

Ma tu chi sei? Ho chiesto allo specchio.

Una che si è licenziata.

E perché sei voluta diventare una che si licenzia?

Perché non l’avevo mai fatto, dicono che cambiare faccia bene.

Ma te sei sicura che cambiare faccia bene? Te lo ha detto il dottore?

No, ma se non lo facevo dal dottore finivo per andarci davvero.

[ diapositiva dei miei malesseri invernali ]

L’ultima cosa di cui mi sono accorta questa settimana sempre riferita al mio lavoro che non sarà più quello degli ultimi vent’anni – l’ultima davvero e poi ci salutiamo – è stata accorgermi che la canzone “Qua qua quando” di Francesco Baccini è una colonna sonora perfetta per chi, come me, sotto la pioggia battente e questo finto maggio travestito da ottobre, stamattina si è avvicinata per l’ultima volta al suo luogo di lavoro, ha abbracciato persone, pianto tantissimo, salutato tutti, e abbracciato di nuovo e pianto un’altra volta.

Chissà che fine ha fatto quella là.

Ve lo saprò dire.

Ci vediamo in giro.

E fateci caso, alle cose.

Anche agli anni che passano.

Vi sorprenderete.

[ la prossima settimana sarò una che va a Parigi a fare un corso di formazione, si accorgerà di cose francesi e vi scriverà dal treno del ritorno ]

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Read the original on accorgersidellecose.substack.com

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